In abbuiate stanze...

 

In abbuiate stanze
ch’occhi non vedano, luci bistrate
lunghe ciglia
chine assorte sulle pupille vuote
vuole la volontà
forzarmi a divedere.
Volontà da niente che chiede
e si pente
di tanto codardo ardore
che a nascondermi abituato
ho fabbricato mattone a mattone
una solitudine desolata,
impaurita, affamata d’amore,
che sperdo gli occhi a cercarlo
che mille paia di piedi ho consumato
più che nelle favole camminato
sempre più solitario e lontano
gridando invano senza voce
fabbricandomi una croce
malsana puritana e sadica
puttana e schietta
dura come un osso di morto
fragile come un osso vecchio
limpida come acqua piovana in un secchio
e ammorbata di vermi e falene.
Tepide ascelle da rifugio intese
accoglienti distese che dal ginocchio
salite e rimboschite
colline arrotondate d’un solo bottone adornate
in cima come ara di folli sacrifici
di dolci mercimoni
di sabba e di demoni amicali
colline animali
dove siete andate se anche nella memoria
sfumate?
Merito questo, merito un divagare
che sa di balbettio
che ha quell’odore umido e muschiato
di vecchio?
Pencolare le vagabonde idee
cui piace saltare
senza motivo dipanarti e ferire
un’auto punizione
uno statico divenire
che è un corroso flettersi a terra
a raccogliere una mela
bacata e acerba
cha altri hanno beccata e lasciata.
I miracoli d’una qualsiasi storia
anche individuale, modesta,
dalla scansia della tua testa ti guardano.

A portata della tua mano
gli amori che hai persi ti chiamano
i tuoi arti rattratti le tue egoiste braccia
gli amori che dentro di te hai tenuto
avaro
ti rimproverano.

Padrone dell’infatto e dell’inconcluso
rimani.
Ma non hai più un domani.

Canto d'inverno. Mia ultima stagione