La ballata di Beslan

 

Ma voi dove stavate, voi vigliacchi,
a dire a commentare
stavate, dove
e perché poi fermi, immobili a aspettare. Un segnale, un invito?
Andavo a scuola
per la prima volta e li’ mia madre
fece una scelta
e l’altra portò via,
scelse per lei la vita, l’acqua, il cibo.
A una scelta la misero
e lo fece.
Mi fiorirono in petto
come petali, dopo le grida e il pianto,
cinque fiori
rossi
a rantolarmi l’urlo di paura e veleno.
Ma cosi’ fu meglio.
Altri compagni arsero piano piano,
mescolati a un odore di carne
e sangue e feci.
Ora il perché di questo non domando
piccolo sono
e poi mia madre ha scelto
l’altra
l’intrusa, la venuta dopo.
Un rancore, da morto, mi ha preso
un desiderio di vendetta
una voglia di portarmeli via, vestiti neri, occhi cattivi,
volontà senza metro,
chè piccoli o più grandi
uguali ci ridussero.
Carne da macello.
Ora non so dove sto andando, solo,
c’è solo fumo e non distinguo luce
e non mi chiedo dove sarà mia madre
assieme all’altra.
Solo rancore porto appresso.
Presero insieme a me la mia purezza.
Assassini mi furono anche i miei.


Ora tra le tante Beslan allocate altrove
quelle dei missili intelligenti
su indigenti bambini
(ma, diciamolo chiaramente, indigesti se se ne parla)
sulle parole che girano su se stesse
sulle guerre giuste, sull’uccidere preventivamente,
sul continuare a dividerci in buoni e cattivi,
sulle iniziative di chi non vorrebbe ma lascia fare,
sui vuoti di memoria, sulle omissioni della storia
insegnate.
Sulle Lepanto invocate a gran voce, non più contro i turchi
che stanno con noi in occidente, che stanno con noi in Europa
malgrado i genocidi di armeni e curdi,
su un falso oriente islamico che non si sa dove inizi,
su una repressione Cecena
che i nostri capi dicono che non c’è. Sui tanti perché
un bambino palestinese
anche piccolissimo, di qualche mese soltanto,
abbia un peso diverso
di un morto delle Twin Towers,
su questi perché
mi interrogo e mi scavo.
Da fermo, da lontano eppure coinvolto
ascolto il mio cuore battere
e avverto l’odio, che qualcuno fa crescere
a suo solo profitto,
che medita di esplodere.
I diversi pesi delle morti il disuguale valore di chi resta
atterrisce.
Il nominare Dio a bandiera o San Francesco in armi
mi da un senso di pena
che neppure il tepore della casa dissolve.
Il male si evolve e chiede un altare.
Bare e bare si accumulano per costruirlo.
Ma il mio di Dio non era mica cosi’!
Imbelle senza spada moriva per amore.



Ora c’è chi fa la conta dei morti
(una conta oscena, da mercato dell’usato)
e stila una classifica
sulla qualità e quantità delle ferite.
Inorridisce, ma non conta, lo sguardo dei giusti,
erano vite, dicono, erano tutte vite.
Ammazzare in nome di Dio o del denaro
non fa differenza
c’è l’impazienza di possedere una verità personale, totale,
che ponga sullo sfondo il resto
il mesto saluto delle madri, la vendetta che eppure verrà,
non solo pensata o sognata. Fatta.


Il peso, ripeto, e la qualità dei morti, i rimasti
misurati con diverso metro
la verità che un opaco vetro continua ad imporre
tutto giova all’angoscia
dell’inutilità dell’esistere.
La presenza di un Dio fra noi non avverto,
che sia qui, tangibile, reale,
una speranza non dona la fede, chi crede
di possederla ancora
tintinna come campana fessa al vento.
L’unico suono è quello della carne
che in nome Suo, dall’una all’altra parte, qualcuno strazia.
Folle fu l’atto che ci fece nascere?